Dialoghi sulla Sostenibilità - Intervista a Michele Cammareri

La sostenibilità entra sempre prima nei processi progettuali e porta con sé strumenti e metodi un tempo riservati alla ricerca. Michele Cammareri racconta come stanno cambiando la consulenza ambientale e il confronto tra competenze diverse.

Dialoghi sulla sostenibilità è la rubrica di IRIDE dedicata al confronto sui temi che stanno ridefinendo il modo di progettare, gestire e trasformare le infrastrutture. Attraverso conversazioni con figure del mondo accademico, professionale e industriale, la rubrica esplora la sostenibilità come metodo di lavoro e come processo continuo, mettendo al centro esperienze, strumenti e visioni maturate sul campo.


Michele Cammareri, Pianificatore territoriale e GIS Analyst di Istituto IRIDE, osserva questa evoluzione attraverso gli strumenti con cui oggi si analizzano il territorio e gli effetti delle opere. Dalla diffusione di GIS e telerilevamento all’automazione delle elaborazioni, il suo punto di vista mostra come innovazioni un tempo circoscritte alla ricerca siano entrate nella pratica quotidiana della consulenza ambientale.


Negli anni la sostenibilità è diventata un terreno comune di lavoro. Quali cambiamenti concreti ha osservato nel modo di affrontare i progetti rispetto a qualche anno fa?
Negli ultimi anni ho visto la sostenibilità passare da vincolo procedurale a criterio progettuale vero e proprio, integrato fin dalle fasi preliminari. Fino a qualche anno fa gli aspetti ambientali e paesaggistici venivano spesso affrontati a valle, quando le scelte tecniche erano già consolidate. Oggi, lavorando su progetti di infrastrutture in diverse regioni italiane, vedo una crescente attenzione agli aspetti ambientali e paesaggistici già nelle fasi di progettazione.
Una parte importante di questo cambiamento riguarda l’evoluzione degli approcci tecnico-analitici. Le richieste integrative si sono intensificate e specializzate, di pari passo con l'evoluzione della normativa di riferimento e delle relative linee guida. Per questo sono ormai entrate nella pratica quotidiana analisi specialistiche sulla visibilità di un’opera e sulle sue potenziali ricadute in termini climatici, acustici o di trasformazione del suolo. Penso agli studi d’impatto visivo, sempre più puntuali e supportati da modelli del territorio a grande scala di dettaglio, ma anche all’uso sistematico di GIS e telerilevamento satellitare, con il calcolo di indici come NDVI e LST. Anche questo lavoro è oggi più rapido, grazie all’implementazione e allo sviluppo di script in Python che automatizzano l'elaborazione dei dati territoriali.
Strumenti un tempo appannaggio di pochi centri di ricerca sono oggi parte ordinaria del lavoro quotidiano nella consulenza ambientale.
Questo cambiamento va di pari passo con la crescente attenzione degli enti ai temi della sostenibilità: il quadro di riferimento normativo e tecnico si è progressivamente strutturato ed è oggi più solido rispetto a qualche anno fa. Penso, ad esempio, alla crescente attenzione per gli impatti cumulativi, che deriva da una lettura sempre più organica del progetto e delle sue relazioni con il contesto territoriale.


In che modo il confronto costante e la costruzione di una rete stabile di competenze possono accelerare la diffusione di buone pratiche nel settore infrastrutturale?
Il confronto costante tra professionisti è, nella mia esperienza, il motore reale della diffusione delle buone pratiche, più delle norme stesse. Un progetto di valutazione ambientale per un’opera infrastrutturale richiede competenze molto diverse tra loro: pianificazione paesaggistica, faunistica, floristica, acustica, geologica e altre ancora. Nessun professionista può padroneggiarle tutte in modo trasversale: la qualità del lavoro dipende quindi molto dalla capacità di costruire e mantenere una rete stabile di competenze con cui confrontarsi regolarmente.
Lavorando su più progetti in parallelo, in territori e contesti normativi regionali diversi, noto che le soluzioni efficaci individuate in un progetto possono essere adattate e riutilizzate altrove, accorciando i tempi e alzando lo standard medio del lavoro prodotto. Anche il confronto con gli enti di controllo, se reso stabile e non episodico, ha un effetto simile: capire quali sono le richieste ricorrenti di enti quali il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, l’ISPRA, il Ministero della Cultura e le sopraintendenze. E perché vengono fatte, permette di anticiparle nei progetti successivi invece di rincorrerle di volta in volta.
Credo che iniziative come questa rubrica abbiano proprio questo valore: rendono visibile e condivisibile un sapere che altrimenti resterebbe confinato all'esperienza individuale di ciascun progettista.



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