Dialoghi sulla sostenibilità – Intervista a Vittorio Amadio Guidi

La sostenibilità non nasce come etichetta, ma come metodo di integrazione tra controllo ambientale e progetto. Il prof. Vittorio Amadio Guidi ripercorre l'evoluzione della valutazione di impatto ambientale e il ruolo del dialogo tra discipline diverse nel costruire opere realmente compatibili.

Dialoghi sulla sostenibilità è la rubrica di IRIDE dedicata al confronto su come la sostenibilità stia cambiando il modo di progettare, gestire e valutare le infrastrutture. Attraverso il contributo di figure del mondo accademico, professionale e industriale, la rubrica mette al centro processi, strumenti e modelli di collaborazione.

In questa intervista, il prof. Vittorio Amadio Guidi, docente presso l’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria – Facoltà di Architettura, riflette sul ruolo storico e metodologico della valutazione di impatto ambientale come spazio di incontro tra saperi diversi.

 

Lavorare in sinergia fra realtà diverse comporta condividere linguaggi, strumenti e obiettivi. Qual è, secondo lei, la chiave per far funzionare davvero la collaborazione nel campo della sostenibilità?

La chiave della collaborazione, per come l’ho sperimentata, risiede nell’approccio della valutazione di impatto ambientale. Non è l’unico percorso verso la sostenibilità, ma è quello che conosco meglio e da cui, a mio avviso, sono derivati alcuni dei contributi più originali in questo ambito.

La valutazione ambientale nasce tra gli anni Sessanta e Settanta e, nel suo arrivo in Italia negli anni Ottanta, assume una caratterizzazione peculiare. Si colloca infatti in una posizione intermedia tra due approcci distinti. Da un lato il controllo ambientale, fondato sulla misurazione di parametri e indicatori quali-quantitativi e sull’applicazione di standard normativi per verificare la compatibilità di un’opera. Dall’altro il cosiddetto progetto ambientale, che mira a integrare fin dalla fase di progettazione le finalità ambientali dell’intervento, secondo un’impostazione che trova riferimenti importanti in testi come Design with Nature di Ian McHarg.

La valutazione ambientale rappresenta dunque una sintesi tra questi due orientamenti. Tiene conto degli strumenti di controllo e delle normative, ma dialoga con la progettazione, contribuendo ad adattare metodi e criteri di analisi alle esigenze concrete dell’opera.

Nel tempo, questa interazione ha prodotto un dialogo profondo tra studiosi delle discipline ambientali e progettisti. Le metodologie di analisi si sono affinate in funzione delle specificità progettuali, mentre i progetti sono diventati progressivamente più aderenti a un’impostazione ambientale. Questo scambio, a mio avviso, è uno dei risultati più rilevanti dell’approccio alla sostenibilità maturato in questi decenni.

  

Quanto conta la capacità di misurare risultati concreti — dati, indicatori, performance — per dare credibilità ai percorsi condivisi?

La misurazione è un elemento essenziale, ma comporta un impegno significativo, non solo economico. L’affinamento delle metodologie di analisi e valutazione richiede tempo, competenze e risorse.

Spesso questi costi vengono sottovalutati nella fase progettuale, ma rappresentano un presupposto fondamentale per garantire la sostenibilità reale delle opere. Il miglioramento delle performance di analisi e valutazione, infatti, è strettamente connesso alla qualità del progetto e alla sua capacità di rispondere alle esigenze ambientali.

Investire nella misurazione significa rendere la sostenibilità verificabile e non meramente dichiarata. È un passaggio impegnativo, ma indispensabile per dare solidità e credibilità ai percorsi condivisi.