Dialoghi sulla sostenibilità è una rubrica di IRIDE dedicata al confronto sui temi che stanno ridefinendo il modo di progettare, gestire e trasformare le infrastrutture.
Attraverso conversazioni con figure del mondo accademico, professionale e istituzionale, la rubrica intende esplorare la sostenibilità come metodo di lavoro e come processo continuo, andando oltre le definizioni formali e mettendo al centro esperienze, strumenti e visioni maturate sul campo.
La prima puntata prende avvio da una domanda di fondo: quando un’infrastruttura può dirsi davvero sostenibile?
Professore ordinario all’Università Roma Tre, Andrea Benedetto si occupa da anni del rapporto tra ricerca, progettazione e gestione delle infrastrutture. Nel suo intervento riflette sulla necessità di costruire modelli di collaborazione più solidi tra mondo accademico e pratica professionale e individua nella digitalizzazione e nel telerilevamento alcune delle traiettorie più promettenti per l’evoluzione della progettazione sostenibile.
Il dialogo tra ricerca e pratica professionale è sempre più centrale. In che modo, secondo lei, può contribuire a rendere le infrastrutture realmente sostenibili?
Da tempo, in molti settori del nostro Paese, il mondo professionale e quello della ricerca faticano a stabilire non solo un dialogo produttivo, ma persino un lessico comune. Le ragioni di questa distanza sono molte e complesse. D’altra parte si osserva che in taluni casi la ricerca in uno specifico settore ha raggiunto frontiere di innovazione molto avanzate, quando invece le aziende, pure laddove dedichino risorse a ricerca e sviluppo, mostrano forti caratteri di arretratezza, come pure, in tante altri comparti, succede che è il mondo produttivo e professionale a disegnare i più avanzati orizzonti del futuro.
Nel mondo delle infrastrutture il dialogo tra ricerca e pratica professionale è una composizione di luci e ombre. Straordinari punti di eccellenza nella collaborazione, piuttosto che frequenti aree di incomunicabilità. Ciò accade per effetto di due principali ragioni. Da un lato, una storica mancanza di modelli strutturali in grado di consentire collaborazioni efficaci e sostenibili. Dall’altro, una forte e crescente diffidenza reciproca tra chi è più vocato all’investigazione teorica, talvolta percepita come distante dai problemi reali, e chi invece, progettando e costruendo nel territorio, tende a cristallizzare una posizione elitaria nella convinzione che la pratica superi la teoria.
Nel caso delle infrastrutture e della sostenibilità il dialogo e la collaborazione tra ricerca e attività professionali, nel progetto, nell’esercizio, nella manutenzione sino alla dismissione, dovrebbe essere invece sempre più fortemente coltivata. Ciò per effetto di due questioni più che di altre: l’elevato livello di interdisciplinarietà peraltro rispetto a settori molto specializzati e la crescente complessità che negli ultimi anni ha assunto il concetto di sostenibilità, che non è più ambiente e clima, ma va riferito ai grandi temi dell’umano, dalla pace alla giustizia, dall’equità nei diritti al contrasto a fame e povertà.
In questo quadro si tratta innanzitutto di costruire questi modelli virtuosi di collaborazione e, per raggiungere questo obiettivo, è indispensabile creare un adeguato tessuto connettivo culturale, contaminando l’ambiente della ricerca con quello delle professioni e viceversa. Ciò, ad esempio, attraverso iniziative come quella del Circular Lab di IRIDE, o quelle recenti dei dottorati industriali o dei progetti congiunti. Questi esempi mostrano come le iniziative possano nascere dalle aziende, dall’università o da una collaborazione tra entrambi i soggetti.
Guardando al futuro, quale ambito di ricerca o sperimentazione ritiene più strategico per far evolvere la progettazione sostenibile in Italia?
Ci sono due settori più promettenti di altri che hanno anche ampi spazi di sovrapposizione.
Da una parte la crescente diffusione della digitalizzazione applicata ai progetti, alla gestione dei lavori, alla manutenzione e al controllo nell’esercizio delle opere civili ha vinto sfide e sta aprendo scenari molto importanti. L’introduzione ormai affermata del BIM e il crescente utilizzo del Digital Twin consente non solo e non tanto di gestire meglio i progetti, ma soprattutto permette di verificare ipotesi di lavoro che fino a qualche tempo fa era impensabile affrontare. Mi riferisco ad esempio all’analisi dei cosiddetti scenari what if. Stabilire cosa accade dell’opera e dell’ambiente circostante al verificarsi di certe condizioni esogene o endogene. La ricerca su questo ha fatto molto e sta ora facendo molto di più. Solo per citare le frontiere più interessanti, vale la pena menzionare l’integrazione di modelli in ambienti di realtà virtuale e aumentata, come pure la fusione nei Digital Twin di dati evolutivi come quelli rilevati da sensori remoti (da satelliti o droni), con lo scopo di disporre di un gemello digitale dell’infrastruttura e dell’ambiente circostante che non è generato staticamente, ma nel tempo cambia esattamente in linea con quanto accade nella realtà. Nei miei lavori ho chiamato questa nuova frontiera il Digital Twin 2.0. Restano problemi aperti che solo la ricerca può affrontare e poi trasferire al mondo professionale, tra questi voglio citare la questione molto sottovalutata del data fusion relativamente ad informazioni e rilievi che hanno scale integrali di riferimento nello spazio e nel tempo molto diverse.
Se la digitalizzazione rappresenta il primo di questi due settori, l’altro riguarda la crescente ricchezza di informazione che proviene dal telerilevamento satellitare e da drone, che sta radicalmente cambiando la cultura del rilievo del territorio, dell’ambiente e delle infrastrutture.
Ciò che prima si faceva con elevati costi in termini di tempo, risorse umane e strumentali impegnate, rischi sia di natura operativa che in termini di sicurezza, oggi è possibile con economie che sono di due o tre ordini di grandezza, peraltro aumentando la risoluzione spaziale e temporale del dato, la sua qualità e affidabilità in misura che può sembrare incredibile ai non esperti.
Per esempio, utilizzando dati iperspettrali e multispettrali dalle costellazioni satellitari già operative, si può disporre di rilievi aggiornati con una frequenza pari al tempo di rivisita del satellite, che è dell’ordine di alcuni giorni, di uso e copertura del suolo, classificazione della vegetazione, stato della vegetazione, così come, utilizzando dati radar elaborati con tecniche InSAR, si dispone oggi di rilievi degli spostamenti di strutture e infrastrutture con risoluzione dell’ordine del millimetro o del decimo di millimetro e medesima frequenza di aggiornamento.